La trasformazione digitale ed ecologica ridefinisce la competitività d’impresa, tra tecnologie, innovazione e criticità

Chi opera in un’impresa del comparto elettrico o elettronico osserva un fenomeno che le principali organizzazioni internazionali descrivono ormai concordemente non come una semplice evoluzione tecnologica, bensì come una trasformazione strutturale dotata di un’intrinseca ambivalenza, capace cioè di generare tanto benefici quanto rischi che vanno affrontati con piena consapevolezza della loro complessità.

Le Nazioni Unite, attraverso l’analisi periodica condotta dal proprio Dipartimento per gli Affari Economici e Sociali sullo sviluppo digitale della pubblica amministrazione nei 193 Stati membri, registrano un avanzamento costante della governance digitale globale, testimoniato dalla riduzione della quota di popolazione residente in Paesi in ritardo digitale, scesa dal 45% al 22,4% nell’arco di un solo biennio, pur segnalando che quasi due miliardi di persone continuano a vivere in contesti nazionali dotati di infrastrutture digitali inferiori alla media.

Proprio a fronte di questa accelerazione asimmetrica, le Nazioni Unite hanno promosso e adottato il Global Digital Compact, un framework di governance che chiede esplicitamente ai Governi di collaborare con il settore privato, con la comunità tecnica e con la società civile per colmare i divari digitali, tutelare i diritti umani nello spazio digitale e migliorare la governance internazionale dell’intelligenza artificiale a beneficio collettivo. È in questo contesto sovranazionale che si radica la convinzione, ormai consolidata anche nella letteratura economica europea, secondo cui la transizione digitale e quella ecologica non possano essere trattate come percorsi paralleli e indipendenti, bensì debbano essere concepite come un’unica traiettoria gemella, nella quale il progresso dell’una condiziona strutturalmente la riuscita dell’altra, poiché la decarbonizzazione dei sistemi produttivi richiede un’infrastruttura informativa sempre più sofisticata, mentre la stessa infrastruttura digitale genera un fabbisogno energetico che deve essere a propria volta governato con criteri di efficienza.

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Per un’impresa elettrica o elettronica, tale ambivalenza assume un peso specifico ancora maggiore, giacché il settore si trova a rivestire simultaneamente il ruolo di soggetto chiamato a ridurre la propria impronta energetica lungo l’intero ciclo produttivo e quello di fornitore delle tecnologie abilitanti, dai sensori alle infrastrutture di rete, che rendono possibile la transizione altrui. Comprendere appieno questa duplice responsabilità, distinguendo con lucidità le opportunità concrete dai rischi effettivamente rilevanti, costituisce oggi una competenza strategica essenziale.

Il contesto globale ed europeo in transizione

Sul piano propriamente europeo, l’agenda politica che accompagna le decisioni di investimento delle imprese del continente è stata profondamente ridisegnata. Si è esplicitato – mediante varie produzioni, tra cui il rapporto Much more than a Market – che il Mercato Unico istituito nel 1985 debba essere adattato a un contesto profondamente mutato, segnato da cambiamenti demografici e climatici, da instabilità geopolitica e da minacce di conflitto sempre più frequenti, indicando come obiettivo prioritario quello di rendere la capacità industriale europea compatibile con una transizione equa oltre che verde e digitale, sostenuta da un flusso coordinato di finanza pubblica e privata. 

Per quanto riguarda la competitività europea, tramite vari report, la Commissione delinea che il modello industriale del Continente, ancora fondato sull’importazione di tecnologie avanzate e sull’esportazione di automobili, meccanica di precisione, prodotti chimici e moda, non riflette più il ritmo reale del cambiamento tecnologico, dal momento che circa il 70% del nuovo valore che sarà creato nell’economia mondiale nel prossimo decennio deriverà proprio dalla tecnologia digitale.

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La Commissione Europea individua nelle reti a banda larga di nuova generazione, nel binomio tra capacità di calcolo e intelligenza artificiale e nella produzione di semiconduttori le aree sulle quali concentrare gli investimenti pubblici e privati dei prossimi anni, nella convinzione che la digitalizzazione non rappresenti un fine in sé, quanto piuttosto uno strumento per migliorare l’efficienza, l’efficacia e la capacità di innovazione dei processi aziendali, permettendo una valutazione più accurata dei rischi e affrontando le sfide globali secondo una logica di sostenibilità e resilienza economica.

Un dato essenziale per chi opera nel comparto elettrico è tuttavia un altro, ovvero la constatazione secondo cui il futuro digitale del continente dipenderà sempre più dalla stabilità della produzione energetica, giacché la domanda di energia legata alla crescente diffusione dell’intelligenza artificiale sta superando a un ritmo esponenziale lo sviluppo di un approvvigionamento pulito e affidabile e della capacità di rete necessaria a sostenerlo, un disallineamento che rischia di trasformarsi nel principale ostacolo alla piena diffusione delle tecnologie digitali strategiche nei prossimi anni. Per rispondere a queste criticità, la Commissione raccomanda investimenti mirati provenienti tanto da fonti pubbliche quanto private, un più agevole accesso al capitale di rischio per le imprese innovative europee, riforme strutturali capaci di rafforzare la sovranità tecnologica del Mercato Unico e una decisa semplificazione degli oneri amministrativi, percorsi che offrono al comparto elettrico ed elettronico una concreta finestra di posizionamento strategico.

Il caso italiano presenta ritardi strutturali, ma anche leve di rilancio

Se si restringe lo sguardo al contesto nazionale, la fotografia che ne emerge appare segnata da luci e ombre di pari intensità. L’Italia ha infatti compiuto progressi apprezzabili nella diffusione della fibra ottica fino all’abitazione, raggiungendo una copertura del 70,7% sostanzialmente allineata alla media europea, e detiene una posizione di leadership riconosciuta nelle tecnologie quantistiche e nella produzione di semiconduttori, due ambiti che rivestono un’importanza diretta per il comparto elettronico nazionale. Permangono tuttavia ritardi strutturali di non poco conto, poiché a fronte di un 70% abbondante delle piccole e medie imprese che ha raggiunto almeno un livello base di intensità digitale, soltanto l’8,2% delle aziende italiane ha effettivamente adottato soluzioni di intelligenza artificiale, mentre meno della metà della popolazione possiede competenze digitali anche solo di base, un divario che colpisce trasversalmente sia le fasce meno istruite sia, sorprendentemente, una quota non trascurabile delle nuove generazioni.

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Il disegno complessivo della politica industriale nazionale si inserisce peraltro in un vincolo comunitario preciso, poiché Bruxelles ha imposto a ciascuno Stato membro di destinare una quota non inferiore al 37% delle risorse del proprio Piano nazionale di ripresa e resilienza alla transizione verde e non inferiore al 20% a quella digitale, un requisito che ha spinto l’Italia a strutturare una missione dedicata alla rivoluzione verde con una dotazione prossima ai sessanta miliardi di euro, affiancata da una distinta missione dedicata a digitalizzazione e innovazione, oltre che a competitività e cultura, che assorbe oltre il 21% dell’intero Piano, per un valore di quarantuno miliardi di euro destinati a rendere più semplice ed efficiente la pubblica amministrazione, a estendere le reti ultraveloci sull’intero territorio nazionale accelerando la diffusione degli standard di connettività più avanzati, e a sostenere l’adozione di tecnologie innovative da parte del tessuto produttivo privato, con particolare riguardo alle piccole e medie imprese, non meno che ai grandi gruppi del Made in Italy.

In questo scenario assumono un ruolo di crescente rilievo gli enti intermedi del territorio, dalle Camere di commercio ai consorzi di filiera, chiamati ad accompagnare in particolare le realtà di dimensione minore verso una piena consapevolezza del proprio grado di maturità digitale, colmando un divario di competenze che, se lasciato irrisolto, rischierebbe di frammentare ulteriormente la competitività del sistema industriale nazionale.

Le tecnologie che rendono la sostenibilità operativamente possibile

Se si scende dal piano delle policy a quello più propriamente operativo, la ricerca internazionale promossa dall’Unione Internazionale delle Telecomunicazioni insieme al Programma delle Nazioni Unite per lo Sviluppo ha stimato che le soluzioni digitali possiedano il potenziale per accelerare il raggiungimento di almeno il 70% dei 169 target che compongono l’Agenda 2030, svolgendo una funzione di canale per l’erogazione dei servizi, di strumento per generare conoscenza a partire dai dati, oltre che di catalizzatore di un progresso più ampio nei comportamenti organizzativi. 

Nel settore energetico, questo potenziale si traduce concretamente nell’evoluzione delle reti verso architetture di distribuzione intelligente capaci di sostenere l’elettrificazione dei consumi, di rendere più conveniente la connettività diffusa e di ottimizzare i comportamenti di consumo in relazione alla disponibilità istantanea dell’offerta, mentre l’intelligenza artificiale applicata alla manutenzione predittiva dei servizi elettrici consente di programmare backup automatici e di limitare sensibilmente i tempi di inattività degli impianti.

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Il comparto manifatturiero, notoriamente energivoro, riveste un ruolo di primo piano sia nella riduzione dei consumi durante i processi produttivi sia nella proposizione di imballaggi e prodotti a minore impronta energetica, un compito reso ancora più urgente dalla previsione formulata dall’Agenzia Internazionale dell’Energia, secondo cui il consumo elettrico dei centri di elaborazione dati destinati a sostenere l’intelligenza artificiale e le tecnologie emergenti raddoppierà entro il 2027 rispetto ai livelli registrati nel 2023, rendendo necessario indirizzare risorse crescenti verso software e modelli computazionali più efficienti. Su questo fronte, il passaggio dagli standard di connettività di quarta a quinta generazione offre un contributo tutt’altro che marginale, poiché le reti di nuova concezione consentono di ridurre il consumo energetico per unità di dato trasmesso fino al 90% rispetto agli standard precedenti, mentre l’Unione europea si è posta l’obiettivo di rendere i propri centri di calcolo climaticamente neutri ed energeticamente efficienti entro la fine del decennio.

Un ulteriore fronte di innovazione, sempre più centrale per chi progetta impianti e infrastrutture complesse, è rappresentato dalla tecnologia del digital twin, che integrando dati raccolti al suolo o per via satellitare con modelli numerici avanzati consente di costruire repliche virtuali costantemente aggiornate di reti e impianti, così come di interi territori, fornendo previsioni sugli stati futuri del sistema che permettono di anticipare correttivi prima ancora che le criticità si manifestino nella realtà fisica. Perché questo potenziale possa dispiegarsi pienamente, occorre però che i dati raccolti possano circolare in modo sicuro e interoperabile. In questo quadro risultano sostanziali l’internet delle cose e le tecnologie di tracciabilità distribuita che permettono di certificare la provenienza dei materiali e di facilitarne il recupero prima che si trasformino in rifiuto, mentre l’analisi predittiva dei grandi archivi di dati consente di estendere la vita utile dei prodotti attraverso servizi di manutenzione avanzata anziché attraverso la loro sostituzione integrale.

L’intelligenza artificiale come spinta innovativa e rischio da sorvegliare

Tra tutte le tecnologie abilitanti, l’intelligenza artificiale rappresenta senza dubbio la frontiera che meglio incarna il punto di equilibrio tra rischio e opportunità per il settore privato. I più recenti rilevamenti statistici nazionali indicano che la quota di imprese italiane con almeno dieci addetti che utilizza tecnologie di intelligenza artificiale è salita dal 5% all’8,2% nel giro di un solo anno, un progresso apprezzabile che tuttavia colloca ancora il Paese al di sotto della media dell’area comunitaria, attestata al 13,5%, con un utilizzo concentrato prevalentemente sull’estrazione di conoscenza da documenti testuali e sulla generazione automatica di linguaggio scritto o parlato.

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A questa capacità di scandagliare l’informazione grezza si affianca quella, altrettanto rilevante per chi gestisce impianti e infrastrutture complesse, di tradurre dati tecnici articolati in raccomandazioni operative concrete, ad esempio guidando in tempo reale un tecnico durante un intervento di manutenzione attraverso indicazioni generate a partire dai sistemi di monitoraggio predittivo, mentre una diversa famiglia di applicazioni agisce piuttosto come amplificatore della conoscenza organizzativa, supportando la progettazione di apparati e reti e velocizzando le attività di ricerca e sviluppo.

Accanto a queste opportunità si affiancano rischi che nessuna azienda può permettersi di sottovalutare. I grandi modelli linguistici restano esposti al fenomeno delle cosiddette allucinazioni, ovvero alla produzione di risposte plausibili ma fattualmente errate, derivate da approssimazioni statistiche o da lacune nei dati di addestramento, mentre l’utilizzo massiccio di informazioni personali per addestrare gli algoritmi solleva questioni di riservatezza che si intrecciano con interrogativi giuridici ancora aperti in materia di proprietà intellettuale, specialmente quando è la stessa intelligenza artificiale a generare contenuti o soluzioni potenzialmente brevettabili. Il fronte della sicurezza informatica richiede un monitoraggio continuo dei sistemi aziendali, in una fase storica nella quale alcune analisi internazionali stimano che l’automazione possa mettere a rischio, entro il 2035, alcuni milioni di posizioni lavorative concentrate nelle attività intellettuali più standardizzabili, mentre una quota persino maggiore di occupati vedrà comunque trasformarsi in profondità il contenuto delle proprie mansioni.

La certificazione dei prodotti come presidio di affidabilità sistemica

Il capitolo ambientale di questa trasformazione presenta, come ogni fenomeno complesso, un rovescio della medaglia che le PMI e le grandi aziende non possono permettersi di ignorare. Se da un lato le tecnologie digitali consentono di calcolare con maggiore precisione le emissioni di anidride carbonica lungo l’intera catena di fornitura e di sviluppare piani di riduzione mirati, dall’altro la crescente proliferazione di dispositivi digitali dalla vita utile sempre più breve ha generato un aumento esponenziale dei rifiuti da apparecchiature elettriche ed elettroniche, mentre l’elevata domanda di componentistica elettronica continua ad alimentare l’estrazione di materiali critici quali rame, argento, coltan e litio.

In un simile contesto, la conformità normativa cessa di rappresentare un mero adempimento burocratico da relegare alle fasi conclusive dello sviluppo per trasformarsi in un requisito strutturale da incorporare fin dalle prime fasi della progettazione. La disciplina sulla compatibilità elettromagnetica, quella sulla bassa tensione, il regolamento relativo alla restrizione delle sostanze pericolose e le normative in materia di ecodesign ed etichettatura energetica compongono un mosaico regolatorio che si è progressivamente infittito proprio in ragione della duplice transizione qui descritta, poiché un dispositivo destinato a gestire flussi energetici intelligenti o a comunicare via radio con altri nodi di una rete distribuita deve dimostrare non soltanto la propria sicurezza elettrica, ma anche la propria immunità alle interferenze esterne e la propria capacità di non generare a propria volta disturbi verso le apparecchiature circostanti.

È in questo scenario che l’attività di collaudo e certificazione svolta da laboratori specializzati assume un valore che va ben oltre la semplice apertura dei mercati esteri, configurandosi piuttosto come un presidio di affidabilità che tutela tanto il produttore quanto l’utilizzatore finale. Realtà come Sicom Testing, laboratorio dedicato al collaudo e alla certificazione di prodotti elettrici, elettronici e radio, mettono a disposizione delle imprese del comparto un supporto che spazia dalla marcatura CE fino alle procedure necessarie per l’accesso al mercato statunitense e a quello canadese, oltre che al mercato britannico, passando per le prove di compatibilità elettromagnetica, per le verifiche di sicurezza richieste dalla direttiva sulla bassa tensione, per le prove destinate agli apparati che sfruttano lo spettro delle radiofrequenze e per le valutazioni di conformità in materia di sostanze pericolose ed ecodesign che accompagnano l’intero ciclo di vita del prodotto, come illustrato più diffusamente nella pagina dedicata ai servizi di Sicom Testing.

Affidarsi a un interlocutore capace di seguire l’impresa dalle fasi di pre-testing in sede di progettazione fino al controllo della produzione lungo l’intero ciclo di vita del prodotto consente al vertice aziendale di trasformare un vincolo normativo, altrimenti percepito come oneroso, in una leva di velocità verso il mercato, riducendo i rischi di richiami costosi e proteggendo la reputazione del marchio in un momento storico nel quale la fiducia riposta dal cliente nei prodotti legati alla transizione ecologica e digitale costituisce essa stessa un patrimonio competitivo non meno rilevante della tecnologia incorporata nel prodotto.

Per chiedere ulteriori informazioni su questo argomento, scrivere a info@sicomtesting.com
o chiamare il numero +39 0481 778931.

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